R. GARRIGOU-LAGRANGE, Il senso comune, la filosofia dell’essere e le formule dogmatiche

Casa Editrice Leonardo Da Vinci, Roma 2013, pp. 296

 

Che cosa si intende per “senso comune”? Non la condivisione dell’opinione della maggioranza, la quale può diffondere anche l’immoralità; non una sorta di “innatismo etico”, il quale priverebbe l’uomo di quell’arbitrio che, di fatto, lo caratterizza nel creato “visibile”; ma neppure il common sense di tradizione inglese, il cosiddetto “buon senso” che, sebbene si appelli al piano morale, non esclude la storicizzazione dello stesso (sostanzialmente un relativismo di norme etiche “figlie del tempo”). A un qualche livello, in fondo, si avverte che il “senso comune” è partecipato, secondo una inalienabile libertà che può farsi “rinnegamento”, dall’uomo di oggi come da quello di ieri; dall’europeo come dall’“aborigeno”, dal fanciullo come dal vecchio e dal maschio come dalla femmina, in una silente devozione all’universalità dell’umano che tutto, discretamente, a sé reclama. In proposito, il filosofo neotomista Réginald Garrigou-Lagrange, sacerdote, frate domenicano e docente di teologia presso l’ateneo Angelicum di Roma, studia e individua come evidenza originaria di un sapere immediato e immutabile (perciò a fondamento dell’umano sapere), la natura e i principi del “senso comune”. Problema, questo, che non può non destare interesse in tutte quelle persone sincere, “spontaneamente realiste”, come scrive l’Autore, e “ricercatrici della verità più che della novità” (25), le quali “stanche di tante inconcludenti discussioni pseudofilosofiche sul valore delle conoscenze primordiali” (27), esigono risposte in merito a quelle “certezze spontanee” (in fondo le stesse predicate dal realismo tradizionale) sulle quali, prima o poi, si interroga l’uomo di buona volontà; secondo quella gradualità propria del senso comune che per se stesso “non aderisce con una uguale certezza a tutte le verità che ammette” (110).Non si tratta più – come farà notare Roger Verneaux- della nozione di “senso comune” secondo l’accezione tecnica di Aristotele e san Tommaso: un senso interno, una funzione di conoscenza sensibile quale radix et principium sensuum externorum. Si tratta, ad esempio, dei principi di intelletto e volontà rinvenibili in ciascuno; della coscienza della libertà o dell’immortalità dell’anima; dell’esistenza di Dio, causa e fine di tutto; ma pure dell’intuizione del miracolo e di quei misteri soprannaturali, i dogmi, che, sebbene trascendano i limiti della retta ragione, tuttavia sono rivolti (dunque in termini di “senso comune”) “all’intelligenza degli uomini di ogni luogo e di ogni tempo” (27).

Per tutti gli uomini infatti, spiega Garrigou-Lagrange, il “punto di partenza della vita intellettuale” (con la fanciullezza) deve ammettere “l’idea di essere e il principio astratto di identità” (201), dai quali l’uomo approda al problema razionale e morale di quella “ragione ultima di tutto” che solo l’atto di fede perfeziona, esaurendolo, “nell’intuizione immediata ed eterna dell’Essere stesso” (201). Si tratta, chiarisce l’Autore, di un processo naturale che dal principio di non contraddizione (o identità), quel fondamento del reale e perciò pure della filosofia classica per cui “uno stesso ente non può ad un tempo essere ciò che è e non esserlo” (145), inevitabilmente e spontaneamente conduce a Dio, “la ragione suprema degli ultimi perché che si pone ogni intelligenza” (201). Ovviamente, con tale dichiarazione il filosofo non sta semplicisticamente predicando che il chiarimento di “che cosa sia” il senso comune competa all’“uomo della strada”, poiché –come egli disambigua nell’Introduzione- costui è “logicamente incapace di discernere” tra asserzioni fondamentali della retta ragione e pregiudizio derivante dal contesto storico-culturale. È infatti alla filosofia –precisa Garrigou-Lagrange- che “compete trattare delle più alte generalità” dovendo, essa, affrontare “il problema del suo stesso valore” che inevitabilmente passa per la conoscenza dell’intelligenza naturale, dunque del senso comune, coi quei principi “iscritti in un modo indelebile nella ragione umana” (100), così da farsi, con essa, un tutt’uno. Ed è proprio “in questo processo necessario della mente che giudica di tutto alla luce del suo oggetto formale, che è l’essere” –rivela sempre l’Autore- che la filosofia tradizionale (dell’Essere, appunto) coglie e studia “il paradigma stesso del movimento naturale dell’intelligenza spontanea” (33).

Ecco che, analizzando le prove tradizionali dell’esistenza di Dio e passando in rassegna le sue principali e opposte obiezioni (di agnosticismo, evoluzionismo e realismo assoluto), Garrigou-Lagrange anzitutto considera l’oggetto, i limiti, le affermazioni fondamentali e il valore dell’intelligenza naturale. Se per l’agnostico, qualora Dio esista, esso è realtà inconoscibile, tale che l’uomo può al limite conoscere i “fenomeni” del reale (il senso comune sarebbe una “filosofia implicita” di essi); se per l’evoluzionista, la realtà fondamentale è l’instabile divenire, al massimo garante di una mera “conoscenza utilitaria” (il senso comune sarebbe la mera tematizzazione di una “apparente immutabilità”); e se l’ontologista pretende di confondere, entro un “panteistico” senso comune, l’essere divino con quello di tutte le cose (e così l’intelligenza dell’Uno e delle altre); di contro –ci dice l’Autore- secondo la filosofia classica, cioè quella che da Socrate giunge fino ai successori di Tommaso d’Aquino (passando per Aristotele e i Padri), “la verità è che l’intelligenza ha per oggetto formale l’ente, fondamento intelligibile di tutte le sue nozioni, vincolo di tutti i suoi giudizi e ragionamenti” (196). Allora il senso comune non è che “implicita filosofia dell’essere”, in grado di riconoscere che i principi della ragione e dell’essere sono immutabili e che Dio, Primo Esistente sempre identico a sé, è distinto dalla mutevolezza del mondo. “Sopprimere l’Atto puro che sta all’essere come A è A, sopprimere la trascendenza divina, è mettere l’assurdo alla radice di tutto” (196). L’uomo, unico ente ragionevole nel mondo, è capace di conoscere la ragion d’essere della sua natura intellettuale e volontaria, e per questo è altresì capace di conoscere che egli stesso non coincide con l’Essere né con il Bene ma che “l’intelligenza umana ha bisogno di essere mossa oggettivamente da una verità esteriore”; e che, per conseguenza, “la volontà umana ha un fine ultimo esteriore”, dove intelligenza e volontà necessitano di una pre-mozione ad opera della Causa Prima, l’Essere stesso, il “supremamente vivente” (183), non ulteriormente perfezionabile perché sommamente perfetto: ecco che l’intelligenza autentica –individuata e studiata dalla filosofia classica- non confonde l’Uno col molteplice, l’Essere col divenire, l’Atto con la potenza, in quanto il principio di non contraddizione li riconosce senza confonderli. Se il senso comune manifesta tutto questo, non deve far strano che anche le stesse formule dogmatiche della fede cristiana, sebbene filosoficamente tematizzate (34), in fondo esprimono, quindi confermano, l’evidenza del senso comune, in quanto suo “prolungamento naturale”; e questo non perché il dogma si sottometta ad esso ma in quanto lo giudica e lo utilizza: “E’ il dogma che vuole assimilarsi il pensiero umano… per comunicargli quaggiù qualche cosa della vita immutabile di Dio” (274). Garrigou-Lagrange considera, ad esempio, la nozione di persona (e la sua dignità di per se separatim existere), secondo più punti di vista: dell’essere, della coscienza, dell’etica; rapportandola al dogma della Trinità, dell’Incarnazione e dell’Anima come forma del corpo. Se il dogma è certamente “conosciuto in termini più espliciti dai teologi” (280), tuttavia resta accessibile “in una certa misura al senso comune, se esso è una ontologia rudimentale” (246), ma –precisa l’Autore- il dogma “è penetrato in profondità solo da quei fedeli che hanno l’anima pura” (280); quelli, dopotutto, che riconoscono e rispettano il senso comune.

E così, il senso comune è filosofia dell’essere “allo stato rudimentale”, da qui la compatibilità con dogmi e Concili, che ogni altra filosofia nega. Non si pensi, a questo punto, che per Garrigou-Lagrange la filosofia classica sia “nulla più che una pura e semplice codificazione delle verità del senso comune, …priva di vigoria intellettuale, priva di originalità profonda” (31). Essa “è piuttosto un vertice” –egli insegna- dove solo il vertice è in grado di condurre il sottostante molteplice all’armonia dell’Uno. Ecco ciò che l’autore dimostra con questo saggio: al di sopra di tutte le filosofie (pure di quella “vaga filosofia del senso comune”, priva di certezze vigorose) “si eleva la veritiera metafisica tradizionale …l’unica veramente conforme al senso comune perché essa ne è l’unico sviluppo e l’unica giustificazione” (32). L’Autore, insomma, sta educando il lettore alla doverosa riscoperta dei naturali principi della nostra intelligenza e volontà; quelli conosciuti senza filosofica consapevolezza dai “semplici”, dai “bambini”, dagli “onesti”, da quella vetula –la chiamerebbe san Tommaso- che senza troppo rispetto umano non manca di ricordare a figli e nipoti, vicini di casa e casuali passanti, “che Dio è Dio e che noi per noi stessi non siamo nulla” (215); avendo piena, umile benché tutta implicita conoscenza del fatto che “Dio, per rivelarsi a noi, si è soprattutto servito delle nozioni prime della nostra intelligenza speculativa spontanea” (218). Ma “l’anima moderna”, ci dice Garrigou-Lagrange, crede che il pensiero scientifico abbia trionfalmente superato il senso comune; e per questa omissione di ragione e di bene, è “gravemente colpevole”. Infatti, “come per il passato, Dio resta sempre Colui che è e noi coloro senza di Lui non siamo niente” (215). Necessario, dunque, comunicarsi tutti nella sempre attuale certezza di quel senso comune che, da bambini, non ci imbarazzava; nobilissimo, perché più fedele prefigurazione di quell’“ora immutabile di Dio” in cui “noi subordineremo tutte le cose e la nostra felicità alla gloria di Colui che è” (26). 

Chiara Dolce