F. ELIAS DE TEJADA, Sardegna Ispanica

Edizioni Solfanelli, Chieti 2020, pp. 312

 

Col suo Sardegna Ispanica, parte di un più ampio e –per morte prematura- inconcluso lavoro storico-filosofico sull’essenza dell’Ispanità (l’“impresa della sua vita”, come egli dichiarava), il filosofo del diritto Francisco Elías de Tejada, esponente del giusnaturalismo classico tomistico, rende giustizia alla troppo bistrattata realtà della storia sarda. Ovvero, l’autore studia e dimostra, con passione storiografica fondata su documenti ampi e puntuali, che la Sardegna autentica non fu quella “dilaniata dall’anarchia dei Giudicati o dalle rapine dei Genovesi e Pisani” (297) e nemmeno quella sabauda, vittima di un abuso politico atto a distruggere quella libertà identitaria che nessun movimento indipendentista è in grado di ripristinare. Ed infatti “il culmine della storia sarda”, cioè quello in cui l’Isola fu vivace protagonista della storia universale, è costituito dal Regno ispanico di Sardegna, che fu “Regno indipendente nella federazione delle Spagne” (69), con leggi, Parlamento, istituzioni, marina ed esercito propri, e che per quattro secoli vide i Sardi: valorosi archibugieri della capitana di Lepanto, picchieri di Fiandra, segretari di Carlo V, ministri di Filippo IV, governatori del Guatemala, Quito e Lima, capitani della guardia del Re Carlo II, e quant’altro. Forse che gli Spagnoli, in tutto questo, approfittarono per fare razzia delle ricchezze dell’isola? I documenti rivelano il contrario; come l’episodio del Principe Luigi Guglielmo Moncada d’Aragona, il quale “donò la propria argenteria per soccorrere il tesoro sardo” (297). Ed ecco perché, grati alla cattolica Corona di Spagna, nella Sardegna di quegli anni non ci fu “alcun tentativo di rivolta”, fatta eccezione per la lotta tra i nobili Laconi e Villasor, famiglie sì rivali ma d’animo ispanico. Di venerabile memoria, invece, restano –per espellere i Piemontesi- – sia la rivolta sassarese del 1780 che i “vespri sardi” del 1794; questi ancora evocati ogni 28 aprile con festeggiamenti regionali (Sa die de sa Sardigna). Del resto, la differenza tra i due governi, spagnolo e piemontese, fu radicale: se i Savoia, spartite le Spagne col trattato di Utrech del 1713, “furono imposti da una squadra navale inglese” (così come secoli prima i Pisani da truppe tedesche) tanto che a buona ragione de Tejada scrive di un’isola “occupata militarmente”, umiliata come “appendice di Torino” (con la violenta soppressione di Parlamenti e lingua nazionale), la Sardegna spagnola, diversamente, “non aveva bisogno di guardiani” poiché “i Monarchi ispanici furono chiamati e vennero come amici” (298). Un’amicizia, questa tra Spagna e Sardegna, talmente radicata nell’animo e ancor oggi nel senso comune, che solo poteva essere combattuta sul piano ideologico di una damnatio memoriae; quella perpetrata dalla triste e ormai codificata “leggenda nera orchestrata dagli pseudo-intellettuali europeizzanti” (298), che in fondo fu “un capitolo della generale leggenda nera anti-spagnola” (289) tesa a colpire più profondamente la Christianitas su cui si fondava la dignità di quella Corona. E così, dietro la retorica dell’Italia ridotta a decadente e incivile “provincia della Spagna” (come voleva il patriota massone Luigi Settembrini); dietro il folklore ideologico del “sardo ignorante, codardo, ingovernabile e ribelle, destinato a essere governato con una violenza esterna” (263), si voleva subdolamente predicare quell’indiscusso ideale illuminista (protestante, sostanzialmente) a cui già molta letteratura risorgimentale –si pensi al “cattivo” don Rodrigo manzoniano- aveva preparato il terreno. Ma sempre la verità, in virtù di quella forza derivante dal suo attributo più proprio: l’unità (di cui l’unione ne è triste imitazione) prima o poi emerge dai brandelli dei falsi ideologici scimmiottanti il reale. Ed infatti non pochi intellettuali risorgimentali sardi hanno dovuto ammettere quel “paradigma del grande, dell’eroico, del generoso” di cui i Sardi godettero in quanto “moderatori” del potere monarchico; fieri rappresentanti di quei “corpi intermedi” (bracci o stamenti: nobiliari, ecclesiastici e popolari) della Monarchia ispanica; fierezza che si evince perfino dagli scritti del “campione dell’italianizzazione” (così de Tejada lo appella) Giovanni Siotto Pintor. Allora –conclude l’autore- “è falso dire che la Sardegna sia italiana”: non solo per una evidenza naturalistica (l’isola “guarda verso le coste iberiche”), ma anche per una ragione storica e spirituale: quella ispanica fu “l’unica Sardegna unita e liberissima”, come molti intellettuali proclamarono a gran voce, dal sardo Francesco Fara al piemontese Joseph de Maistre; senza pensare alla trasfigurazione di una tale grandiosità entro poesia e letteratura locali. Certo, la ricostruzione storiografica di Sardegna Ispanica, approdata in Italia grazie a traduzione e curatela di Gianandrea de Antonellis e Giovanni Turco, costituisce solo il primo passo per la restaurazione della verità intorno alla storia isolana, ancora tutta deformata sui libri di scuola, sempre oggetto di quella preoccupazione gentiliana di fondare, senza più “impicci” monarchici e religiosi, la “nuova Italia”. E dunque, l’obiettivo di riscatto storico, valorosamente cominciato dal filosofo spagnolo, attende alla realizzazione. Per questo l’autore, che ha “sempre sperato nella giustizia”, prestando fede al fatto che “i Sardi sono hidalgos spagnoli e l’hidalgo si lascia vincere solo dalla verità” (64), umilmente passa il testimone: “Nascerà mai un’anima nobile, degna figlia di quei morti valorosi, che un giorno verrà a stabilire la verità sulla denigrata Sardegna ispanica?” (289) Questo, mi pare, il motivo principale per conoscere e diffondere il frutto della pietas intellettuale di Francisco Elías de Tejada.

Chiara Dolce